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  • 03/10/2006 Congo, l' Illusioni della Svolta (Agnese Licata, http://www.altrenotizie.org/modules.php )

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    I risultati del ballottaggio che il prossimo 29 ottobre porterà alle urne milioni di congolesi rischiano di confermare, ancora una volta, la lezione già appresa dall’Afghanistan come dal più recente Iraq: non basta mettere in piedi delle elezioni burocraticamente democratiche per garantire la concreta convivenza pacifica delle varie anime di un paese. A maggior ragione se si parla di un vasto e composito stato africano che ha vissuto, fin dalla sua indipendenza dal Belgio nel 1960, una serie infinita di conflitti con gli stati confinanti. A dare concretezza a questa preoccupazione ci sono i risultati elettorali del primo turno, svolto il 30 luglio, oltre ai disordini e agli scontri tra le milizie private dei due candidati, dopo la loro ufficializzazione.

    La maggior parte dei voti sono andati a due candidati: Joseph Kabila, attualmente presidente della Repubblica democratica del Congo (Rdc), e Jean-Pierre Bemba, suo vice. Il primo è stato scelto dal 44,81% dei votanti, mentre al secondo sono andati il 20,03% dei voti.
    A Kabila però, non è bastato questo risultato per aggiudicarsi la vittoria. La Costituzione, infatti, fissa un tetto del 50% di consensi (da qui la convocazione del ballottaggio). Come ha sottolineato l’Economist, questo primo turno è stato solo lo specchio dello scontro etnico e linguistico in atto tra l’est che parla swahili e l’ovest (di cui fa parte la capitale Kinshasa) che invece usa il lingala. Uno degli aspetti su cui ha puntato la campagna elettorale di Bemba è stata proprio l’incapacità di parlare lingala di Kabila. Il successo di quest’ultimo, infatti, risiede principalmente nella parte est del Paese; viceversa i voti di Bemba vengono per la maggior parte dalla zona occidentale. Insomma, il rischio è che da queste elezioni esca fuori un presidente con un forte mandato da una sola parte della nazione, non avviando quel fondamentale processo di unificazione di cui invece l’ex Zaire avrebbe bisogno.

    Se per incoronare ufficialmente Kabila come presidente bisognerà aspettare il 29 ottobre, è invece già nota la composizione del nuovo parlamento. Ai primi di settembre la commissione elettorale indipendente ha infatti assegnato 111 seggi su 500 al partito di Kabila e 64 a quello di Bemba. Ma saranno i rimanenti 325 seggi il vero nodo del contendere, divisi come sono tra ben 180 gruppi, alcuni dei quali costituiti anche da una sola persona. Da qui lo spettro dell’ingovernabilità e di non chiare alleanze, considerando che per legge il presidente dovrà essere sostenuto dal 50% dei parlamentari.
    Per organizzare questo voto (il primo democratico e multipartitico del Congo da 46 anni a questa parte) che rischia di cambiare ben poco negli equilibri del Paese, l’Onu ha messo in campo la forza più ampia mai pensata per una situazione del genere: 17mila soldati, con una spesa di 400 milioni di dollari. A questi vanno poi aggiunte le forze dell’Unione europea, pari a circa mille uomini. In una nazione vasta due terzi di tutta l’Europa occidentale e, per di più, con mancanza di adeguate vie di trasporto, anche solo trasportare le schede elettorali e predisporre tutta la logistica richiede ingenti risorse. Un dispiegamento di forze giustificato dal fondamentale ruolo geopolitico che la Repubblica democratica del Congo svolge nell’assetto africano. La sua posizione centrale, la sua vastità (pari a due milioni e 342mila km2) e soprattutto le sue immense risorse minerarie (diamanti, oro, coltan per la componentistica dei cellulari, all’uranio) ne fanno uno snodo di traffici e tensioni. Tensioni che sono scoppiate a partire dalla seconda metà degli anni Novanta in quella che viene definita la prima guerra mondiale dell’Africa, avendo coinvolto in totale nove stati. Ed è proprio da quell’evento che arrivano i due candidati che si apprestano a confrontarsi al secondo turno delle presidenziali.

    In Africa i conflitti hanno radici molto profonde. E scavando a fondo si arriva sempre al periodo delle indipendenze. Dopo l’uscita di scena del Belgio nel 1960, la secessione della ricca provincia del Katanga e l’assassinio del leader anticolonialista e filo-sovietico Patrice Lumumba (appena dieci settimane dopo la sua nomina a primo ministro), il Paese vive un colpo di Stato da parte di Joseph Désiré Mobutu. Di lui, il giornalista Pietro Veronesi scrive: “Mobutu era un uomo della Guerra Fredda, un uomo dell’Occidente”. Era infatti sostenuto dalle armi e dal denaro della Cia e degli Stati Uniti, interessati a evitare che tutta l’area (con risorse annesse) cadesse sotto la sfera d’influenza sovietica. Mobutu, durante una dittatura che durò dal 1965 al 1996, saccheggiò il Congo (da lui rinominato Zaire) “come solo Leopoldo II, re del Belgio, cent’anni prima” (Guido Rampoldi, La Repubblica del 26 maggio 1997), disseminando in vari paradisi fiscali somme stimate in circa 6mila miliardi di dollari.
    La fine di Mobutu è decisa dall’azione di due confinanti, interessati a spartirsi l’ormai disastrato Zaire: Uganda e Rwanda. Le mire espansionistiche dei tutsi del Rwanda puntavano sulla zona del Kivu e avevano alle spalle l'eccidio di 800mila tutsi e hutu moderati (in soli tre mesi, dall'aprile al luglio 1994) da parte degli hutu estremisti al potere. Una volta ribaltata la situazione, i nuovi padroni del Rwanda decidono, attraverso l’interposizione di alcune milizie, di attaccare lo Zaire. L’uomo giusto al momento giusto si chiama Laurent Désiré Kabila, padre dell’attuale presidente della Rdc. È lui, con l’appoggio del Rwanda, a dirigersi verso la capitale Kinshasa e a conquistare il potere. Per sua scelta, lo Zaire torna a chiamarsi Repubblica democratica del Congo.

    Ben presto però, il peso degli alleati ruandesi si fa sentire, e così Kabila decide di rompere con loro. Il risultato è lo scoppio di un’altra guerra, la prima guerra dell’Africa, appunto. Rwanda e Uganda tornano a invadere il Congo con le proprie milizie. Una delle giustificazioni è l’ossessione del Rwanda per gli ex soldati hutu responsabili del genocidio, molti dei quali rifugiatesi nei paesi confinanti. Alleato dell’Uganda è il secondo uomo delle attuali elezioni presidenziali: Jean-Pierre Bemba, figlio di un ricco imprenditore legato al regime di Mobutu. A rimetterci sono, come sempre, i congolesi, che si trovano al centro del fuoco incrociato delle milizie di Bemba e di quelle appoggiate dal Rwanda. Con le spalle al muro, Kabila allarga il cerchio dello scontro e coinvolge anche Namibia, Angola e Zimbabwe, ai quali si aggiungono poi altri paesi. Il saccheggio delle risorse e gli eccidi contribuiscono al saccheggio e alla frammentazione del Congo. Dopo un accordo di pace nel 1999, la tensione si abbassa solo con l’uccisione di Kabila e la successione del figlio (attualmente al potere e favorito delle elezioni) Joseph. Gli accordi di pace del 2002 arrivano poi a stabilire una transizione di due anni e la necessità di libere elezioni.
    Adesso che le elezioni sono arrivate però, adesso che a breve si saprà il nome del primo presidente legittimo da 46 anni a questa parte, ben poche speranze sembrano aprirsi per la Rdc. A vincere quasi certamente sarà Kabila, che già al primo turno aveva avuto più del 40% dei consensi. Un uomo legato al Ruanda e che si era già autodichiarato presidente dopo la morte del padre, non considerando assolutamente la volontà dei suoi cittadini. Dall'altro, l’alternativa sarebbe Bemba, un ex guerrigliere legato a Mobutu, l’uomo che più di tutti ha contribuito a svendere e distruggere il Congo. Poi c’è l’incognita di un Parlamento fortemente frammentato. Per non parlare dell’enorme danno all’economia del Paese causato dai traffici illeciti sulle sue risorse.

    Insomma, la grande mobilitazione dell’Onu per queste libere elezioni potrebbe certo ridare speranza a un popolo che da 46 anni non ha voce, ma è molto probabile che la fine sia a dir poco gattopardesca: tutto deve cambiare affinché tutto rimanga com'è. Sempre nella speranza che da fine ottobre in poi l’Occidente non creda di aver pagato un pegno sufficiente al Congo, potendo così tornare a disinteressarsi di questa parte d’Africa.

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