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  • 14/01/2007 Marzabotto, la giustizia tardiva (Sara Nicoli, http://www.altrenotizie.org)

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    Sessantatre anni per avere un po’ di giustizia. Proclamata per colpevoli contumaci, dal valore ormai solo morale e neppure del tutto esauriente. Qualcosa di importante, però, per ribadire i valori della Resistenza sui quali è stata costruita la nostra democrazia. E sottolineare, ancora una volta, la profonda abiezione morale verso la dottrina nazista e le sue atrocità, sentimenti robusti che comunque non hanno bisogno di camere di consiglio per essere valutati. E’ finito con dieci condanne e sette assoluzioni il processo, celebrato davanti al Tribunale Militare di La Spezia, a 17 ex ufficiali nazisti, tutti ultraottantenni e contumaci, per l’eccidio di Monte Sole, o strage di Marzabotto come viene ricordata dal maggiore dei comuni colpiti, la sanguinaria rappresaglia eseguita dalle truppe naziste in Italia tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, per far “tabula rasa” dei partigiani. Fra i caduti, 95 avevano meno di sedici anni, 110 ne avevano meno di dieci, 22 meno di due anni, 8 di un anno e quindici meno di un anno. Il più giovane si chiamava Walter Cardi: era nato da due settimane.

    Era il 1944: il feldmaresciallo Albert Kesselring, scoperto che a Marzabotto agiva con successo il gruppo della Stella Rossa, decise di infliggere un duro colpo all’organizzazione, che riceveva l’appoggio e la collaborazione di numerosi civili. Già in precedenza Marzabotto aveva subito rappresaglie, ma mai così drammatiche come quella di quell’autunno di fine guerra. Capo dell'operazione fu nominato Walter Reder (nella foto, ndr), il cosiddetto “monco” per aver perso un braccio sul fronte, capo del 16a battaglione Ss della 16,Ss-Freiwilligen-Panzergrenadier-Division 'Reichsfuhrer SS', già noto per la strage di S. Anna e sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss.

    La mattina del 29 settembre, prima di muovere all’attacco dei partigiani, quattro reparti delle truppe naziste, comprendenti sia Ss che soldati della Wermacht, accerchiarono e rastrellarono una vasta area di territorio compresa tra le valli del Setta e del Reno, utilizzando anche armamenti pesanti. Quindi, presero ad assalire e razziare le abitazioni, le cascine, le scuole, facendo terra bruciata di tutto ciò che incontravano sul cammino. Nella frazione di Casaglia di Monte Sole, la popolazione atterrita si rifugiò nella chiesa, raccogliendosi in preghiera. Ma i tedeschi fecero irruzione, uccidendo con una raffica di mitragliatrice il prete, don Ubaldo Marchioni, e tre anziani. Le altre persone, nascoste nel cimitero, furono mitragliate: 147 vittime, tra le quali 50 bambini. Fu solo l'inizio della strage . Ogni località, ogni frazione, ogni casolare fu setacciato dai soldati nazisti e non fu risparmiato nessuno. Dopo sei giorni di rastrellamenti e violenze il bilancio delle vittime era cresciuto spaventosamente: 770 morti. Al termine della guerra Walter Reder fu processato e nel 1951 condannato all'ergastolo, ma in seguito graziato su intercessione del governo austriaco. E tutti pensarono che fosse finita lì, che giustizia non sarebbe mai stata fatta.

    Nel 2002 le indagini sulla strage di Marzabotto furono inaspettatamente riaperte: si scoprì che ex ufficiali e sottufficiali delle Ss che avevano preso parte all’eccidio erano ancora vivi. Fino a quel momento i loro nomi erano rimasti in un archivio del Tribunale Militare di Roma scoperto casualmente durante le indagini sulla strage delle Fosse Ardeatine. Il pm che ha condotto l’inchiesta, Marco De Polis, li ha rintracciati durante una istruttoria partita dai fascicoli “dell’armadio della vergogna” di Palazzo Celsi a Roma e poi sviluppata fino, appunto, al 2002. Tra i nomi ritrovati quelli del sergente Albert Meier, 79 anni, di Essen, del sergente Albert Piepenschneider, 78 anni, di Braunschweig, del caporale Franz Stockinger, di Mauth Heinrichsbrunn. I tre sottoufficiali furono individuati e intervistati dalla televisione pubblica Ard, ma almeno due dichiararono di non ricordare nulla. Sia la procura militare della Spezia che quella tedesca di Ludwigsburg aprirono dei fascicoli d'inchiesta.

    Quello sulla strage di Marzabotto è stato senz’altro un processo simbolico anche molto difficile sul piano investigativo, tecnico e procedurale, condotto in porto con ostinazione e coraggio dal pubblico ministero e grazie alla collaborazione di un pool investigativo infaticabile di carabinieri. L'indagine su Marzabotto ha infatti richiesto numerosi anni, a fronte della mole di documenti da esaminare e catalogare. L'equipe del procuratore De Paolis ha indagato complessivamente su 500 nominativi. Alla fine sono stati individuati 22 imputati ultraottantenni, un elenco che, per decessi e stralci, si è poi ridotto a 17. Nessuno di loro oggi era in aula alla Spezia. C’erano invece tanti familiari ed alcuni superstiti delle stragi che vanno sotto il nome di Marzabotto; c'erano le istituzioni (Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno); c'erano i ragazzi della Scuola di pace di Montesole, il parco che è stato istituito dalla Regione Emilia Romagna come luogo della memoria; c'era soprattutto la speranza, di tutti, che questo processo (''non alla Storia - come ha sottolineato l'avvocato di parte civile per la Regione Emilia, Giuseppe Giampaolo, - ma alla microstoria dei carnefici'') possa contribuire alla costruzione della cultura del rispetto dei diritti altrui.

    Durante il processo sono stati ricostruiti i movimenti dei tedeschi che portarono alla strage del 29 settembre 1944, la tragica tappa finale di una “marcia della morte” che era iniziata in Versilia. L’esercito alleato, si legge nel dossier di Arrigo Petacco sul portale della guerra di liberazione mostrato in aula, indugiava davanti alla Linea Gotica e il maresciallo Albert Kesserling, per proteggersi dall’ “incubo” dei partigiani, aveva ordinato di fare terra bruciata alle sue spalle. Kesserling fu il mandante di una strage che nessun’altra superò per dimensioni e per ferocia. L'esecutore, si è già detto, si chiamava Walter Reder; Kesserling lo aveva scelto perchè era considerato uno "specialista" in materia. In Lunigiana si erano uniti alle SS anche elementi delle Brigate nere di Carrara e, con l'aiuto dei collaborazionisti in camicia nera, Reder continuò a seminare morte. Gragnola, Monzone, Santa Lucia, Vinca: fu un susseguirsi di stragi immotivate. Nella zona non c'erano partigiani: lo dirà anche la sentenza di condanna di Reder: "Non c'erano combattenti. Nei dirupi intorno al paese c'era soltanto povera gente terrorizzata...". A fine settembre, "il monco"si spinse in Emilia ai piedi del monte Sole, dove si trovava la brigata partigiana Stella Rossa. Per tre giorni, a Marzabotto, Grizzana e Vado di Monzuno, Reder compì la più tremenda delle sue rappresaglie. Nella frazione di Castellano fu uccisa una donna coi suoi sette figli, a Tagliadazza furono fucilati undici donne e otto bambini, a Caprara vennero rastrellati e uccisi 108 abitanti compresa l’intera famiglia di Antonio Tonelli (15 componenti di cui 10 bambini). A Marzabotto furono anche distrutti 800 appartamenti, una cartiera, un risificio, quindici strade, sette ponti, cinque scuole, undici cimiteri, nove chiese e cinque oratori.

    Infine, la morte nascosta: prima di andarsene Reder fece disseminare il territorio di mine che continuarono a uccidere fino al 1966 altre 55 persone. Complessivamente, le vittime di Marzabotto, Grizzano e Vado di Monzuno furono 1.830. Dopo la liberazione Reder, che era riuscito a raggiungere la Baviera, fu catturato dagli americani. Estradato in Italia, fu processato dal tribunale militare di Bologna e condannato all’ergastolo. Dopo molti anni trascorsi nel carcere di Gaeta, fu graziato. Morì pochi anni dopo in Austria senza mai essere sfiorato dal rimorso.

    Sempre nel corso del processo, uno degli imputati, il comandante di plotone Kusterer, ha inviato ai magistrati una lettera per proclamarsi innocente e il suo avvocato, uno a cui piacciono le provocazioni, ha portato a sua volta in aula una foto di Papa Ratzinger con la divisa tedesca: “Se basta essere appartenuti alla Gioventù hitleriana per essere ritenuti corresponsabili delle stragi naziste – ha arringato i giudici – allora dobbiamo processare anche Papa Ratzinger e Gunter Grass”. Il giudice, dopo qualche battibecco, quella foto gliel’ha fatta rimettere in tasca rapidamente.
    Un episodio, certo. Che tuttavia rende l’idea del clima in cui si è celebrato questo processo, nonostante i sessant’anni trascorsi “dall’epoca dei fatti”. E dimostra – se fosse ancora necessario – che il tempo può trascorrere, che la giustizia, alla fine, può diventare anche solo simbolica e morale, ma l’arroganza e la ferocia dei nazisti di ieri non ha perso smalto. Ci si può chiedere, ancora oggi, quale ragione li abbia mossi a Marzabotto a mettere in atto la più agghiacciante delle stragi che non ha risparmiato 216 bambini, neonati inclusi. E la risposta è banale, come troppo spesso lo è il male assoluto; le Ss sapevano, come gli italiani, che la guerra era perduta, ma non potevano dirlo. Si sono limitati a scatenare verso i nostri connazionali l’odio più feroce. E per sessant’anni l’hanno pure fatta franca. Fino a ieri.

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