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  • 27/01/2007 La Shoah di casa nostra. Presentata la più importante ricerca sulla deportazione italiana (Lucia Sali, http://www.korazym.org)

    Ricerca personalizzata

    Furono oltre 37.000 gli italiani deportati nei campi di concentramento nazisti: non solo ebrei ma anche antifascisti, operai, carcerati, militari, cittadini di origine slava. Una ricerca presentata a Torino ricostruisce il loro dramma.

    Furono oltre 37.000 gli italiani deportati nei campi di concentramento nazisti: non solo ebrei ma anche antifascisti, operai, carcerati, militari, cittadini di origine slava. Schedati e trasferiti da un lager all’altro per soddisfare le esigenze produttive di una Germania ormai allo stremo dello sforzo bellico, con la complicità, spesso tuttora negata, dello Stato italiano e salodiano. Ora le loro storie, rigorosamente documentate con nomi e cognomi e gli spesso tragici percorsi esistenziali, sono state raccolte e studiate nella ricerca “La deportazione dall’Italia nei campi di sterminio e concentramento nazisti”. Realizzato da un gruppo di ricercatori coordinati dagli storici Nicola Tranfaglia e Brunello Mantelli in collaborazione con Aned, Università di Torino e con il sostegno economico della Compagnia di San Paolo, lo studio, che sarà pubblicato a settembre da Mursia in diversi volumi, è di rilevanza mondiale.

    “Si tratta della prima ricerca a livello europeo e dunque mondiale, visto il tema trattato, di ricostruzione della storia di un’intera deportazione”, ha spiegato Tranfaglia presentando il lavoro al Museo della Resistenza di Torino. Per la prima volta, infatti, è stata compiuta una ricerca sistematica su ogni singolo deportato, con una metodologia nuova che incrocia sia i dati presenti negli archivi italiani con quelli dei centri di documentazione esteri (tra cui i musei dei lager, i Gedenkstätten), sia i deportati per motivi razziali con quelli per ragioni politiche. Cinque anni di lavoro, infatti, sono stati necessari per arrivare alla catalogazione completa di tutti i deportati italiani e all’analisi dei dati, che ha dato risultati molto interessanti. Spiega Tranfaglia: “Abbiamo cercato di rispondere alla domanda: il lavoro dei deportati aveva un significato economico oppure no? Che incidenza aveva appartenere ad una categoria sociale piuttosto che a un’altra? E qual è stato il contributo di ogni singola regione italiana alla deportazione?”.

    Dei 37.665 deportati, l’84% sono uomini e il 55% sono operai e artigiani. Oltre 21.000, invece, sono oppositori politici ed antifascisti, ma ci sono anche 781 prigionieri di guerra, ovvero italiani che dopo il 25 luglio 1943 furono catturati dall’esercito tedesco che da alleato era diventato nemico, poi 214 carcerati per reati comuni e 211 emigrati prima della guerra in Germania a cui dopo il ’43 fu interdetto il rimpatrio. Solo 599 sono registrati esclusivamente come “Jude”, ebreo (Primo Levi, per esempio, era anche nella categoria degli antifascisti): dei circa 10.000 ebrei rastrellati e portati in Germania, la stragrande maggioranza non veniva nemmeno registrata all’ingresso dei lager, perché veniva immediatamente gassata.

    A pagare il prezzo più alto fu il Nord Est con il 24,3% dei deportati, sottoposto tra il 1943 e il 1945 al controllo diretto della Germania, ma tutta Italia, Sud e isole comprese, pagò il suo tributo alle esigenze produttive del Terzo Reich che, ormai allo stremo delle forze per lo sforzo bellico, aveva sempre più bisogno di manodopera per la sua industria militare. Nelle grandi città industriali come Milano e Torino, infatti, furono gli operai le vittime designate: una logica razionale capovolta nei suoi fini ma non per questo meno lucida, come dimostra la creazione dell’immenso data base costituito dalle schede perforate Hollerith dell’Ibm, con cui veniva gestita l’allocazione della “manodopera” nei lager dall’Ufficio centrale di economia e amministrazione delle Ss, guidato da Oswald Pohl. “Si rivela anche il nesso tra fascismo del ventennio, la resistenza e la deportazione – ha sottolineato Mantelli – Analizzando le date di nascita degli schedati nel Casellario Politico Centrale, la percentuale totale dei deportati nati tra il 1850 e il 1910, quindi politicamente attivi già sotto il regime fascista, sale al 4,2%”. I rastrellamenti tedeschi furono 923, di cui il 31,3% svolti con la collaborazione di reparti militari e di polizia della Repubblica di Salò. In questo caso, però, “era più facile incorrere nella morte immediata: i salodiani infatti uccidono subito, quelli tedeschi no perché deportano”, ha aggiunto Mantelli.

    Al di là dei dati, però, quello che emerge è la misura in cui anche l’Italia è stata direttamente coinvolta, attrice partecipe e non solo spettatrice, della Shoah: “Gli italiani hanno sempre considerato la Shoah come un fenomeno che non li ha mai riguardati – ha commentato Tranfaglia – corroborando la tesi di De Felice secondo cui il nostro paese è sempre rimasto fuori dal “cono d’ombra” della deportazione. Questa ricerca, quindi, assume anche un profondo valore civico, in un momento in cui un revisionismo da salotto e un negazionismo becero mettono in dubbio il lavoro di studiosi che per anni hanno raccolto documenti e testimonianze sul massacro sistematico degli ebrei”. Non basta e non serve certo una legge per imporne il rispetto e tutelarne la memoria: “È pur vero che si tratta di un progetto di legge europeo, ma il testo di cui si era parlato non corrisponde quello che è stato votato. Il problema però è un altro: le leggi non dovrebbero intervenire in questo campo, ma dovrebbe esserci una coscienza civile che da sola faccia da argine a certe prese di posizione”.

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