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  • 27/01/2007 Amos Luzzato: la legge sul negazionismo? Una battaglia fumosa (Lucia Sali, http://www.korazym.org)

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    Incontriamo Amos Luzzato, presidente emerito dell'Unione delle comunità ebraiche italiane. "Se abbiamo bisogno di una legge - dice - questo vuol dire che la società nel suo insieme non è ancora pronta a condannare l’antisemitismo".

    TORINO - “L’Olocausto ha insegnato che quando la società isola una parte di se stessa, poi perde il senso del limite”. Amos Luzzato, presidente emerito dell’Ucei, nonostante gli anni che passano e le sempre più numerose parole che si spendono sulla Shoah, riesce sempre a colpire per la pacatezza del tono e la forza del pensiero. A Torino per assistere alla presentazione della ricerca su “La deportazione dall’Italia nei campi di sterminio e di concentramento nazisti”, realizzata da Aned e Università di Torino con il sostegno della Compagnia di San Paolo, Luzzato fa meditare con le sue riflessioni che cadono in un clima in cui più che la memoria storica sembra regnare la confusione.

    Cosa ne pensa di tutte le polemiche, sorte anche all’interno della comunità ebraica, suscitate dalla legge approvata l’altro giorno che prevede la condanna a 12 anni di carcere per chi nega l’Olocausto?
    “Negli scorsi giorni sono state dette cose inesatte, una discussione male impostata su un progetto conosciuto solo a grandissime linee e poi modificato. Il vero pericolo è che si trasformi in una battaglia fumosa: non si è parlato realmente di nulla e ci si è divisi, perdendo di vista il problema reale. Peccato, perché è stata persa un’occasione importante. Speriamo di recuperare”.

    Ma che valore ha o può avere una legge di questo tipo?
    “Ci sono dei momenti in cui è necessario fare leggi che prevengano la mobilitazione delle forze peggiori della società, ma se abbiamo bisogno di una legge questo vuol dire che la società nel suo insieme non è ancora pronta a condannare l’antisemitismo: di fronte a certe cose, ci dovrebbe essere un sussulto di tutto il paese, immediato e fisiologico. Io non sono contrario in principio a una legge, ma il rischio è di scivolare sull’altro crinale, la censura che impedisce la libera circolazione delle idee”.

    In Germania succede la stessa cosa?
    “Qualche tempo fa ero a Berlino: era prevista una manifestazione naziskin e una contromanifestazione antinaziskin. La polizia era tutta mobilitata per mantenere i due cortei separati, ma non ce n’è stato alcun bisogno: oltre 100.000 persone hanno partecipato a quello antifascista, poche centinaia a quella naziskin. Con mia piacevole sorpresa, ho assistito alla nascita di una nuova Germania: questo significa essere capaci o meno di fare i conti con il proprio passato”.

    L’Italia invece non è ancora stata in grado di farlo?
    “Noi ci siamo troppo adagiati lungo il percorso. Non è vero che l’Italia non è stata toccata da quello che da alcuni storici è stato definito il “cono d’ombra” della Shoah, e i pericoli di questa mancanza di consapevolezza stanno ora serpeggiando nella società: si sta assistendo ad una deformazione dei fatti del passato”.

    Su quali basi si sta costruendo allora la società del futuro?
    “Prima bisogna porsi la domanda: cosa sta succedendo oggi? Perché altrimenti domani potremmo trovarci davanti alla responsabilità di non aver preso misure affinché certe situazioni non si ripetano più. Abbiamo il dovere di cercare di capire se l’uso dell’antisemitismo come strumento nella lotta politica attuale è ancora presente, e se pertanto esiste un allarme reale davanti al quale dobbiamo mobilitare le coscienze dei giovani e le forze democratiche”.

    Se guardiamo per esempio alla linea politica dell’Iran, la risposta parrebbe essere affermativa.
    “In realtà, la domanda da porsi è di tipo politico: perché il negazionismo è usato come strumento politico proprio oggi e proprio a Teheran? La nostra analisi deve rivolgersi al piano internazionale, dove ancora una volta l’incitazione contro gli ebrei può diventare un modo per contarsi e mobilitarsi. Ma il vero problema è un altro: un mondo ricco contrapposto ad un altro povero. Non dobbiamo risolverlo cercando capri espiatori di comodo ma con un’equa allocazione delle risorse. Risolverli con l’estremismo religioso di qualunque tipo, come si sta invece succedendo, non è confortante per noi anziani: che mondo ci stiamo lasciando alle spalle?”

    Eppure i giovani sembrano proprio i primi non solo a non ricordare, ma nemmeno a sapere…
    “Infatti il primo problema è la scuola: si deve stendere un velo pietoso sull’insegnamento della storia in Italia, soprattutto quella del Novecento. È un paradosso, perché noi siamo figli del ’22, del ’38, del biennio ‘43-’45. Ci sono persino docenti negazionisti nelle università, dove dovrebbe risiedere il grado più alto del sapere. Ma non mi stupisce, visto che io ho dovuto organizzare un dibattito per spiegare ad uno dei più importanti uomini poltici italiani che Mussolini non organizzava vacanze in alberghi di lusso per i suoi oppositori”.

    Che senso ha in questo contesto la Giornata della Memoria?
    “È proprio un appello ai giovani, a cui si può “chiedere” solo in misura in cui si contestualizza L’altro giorno ero al Quirinale, c’erano parecchie scolaresche attente, emozionate… lasciavano ben sperare, anche se devo dire che gli anni passati ho visto produzioni teatrali, pittoriche e poetiche più originali. Ma chissà, forse è stata solo l’annata un po’ così…”

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