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  • 11/12/2006 L'insostenibile leggerezza della ricarica (Maria Rosa Battagion, Nicoletta Corrocher,Lorenzo Zirulia)

    Ricerca personalizzata

    Dopo un’attesa di oltre cinque mesi, dopo le indiscrezioni di quotidiani e telegiornali, e le recenti dichiarazioni di Calabrò, il 16 novembre l’Autorità garante della concorrenza e del mercato e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni hanno reso noti i risultati dell’indagine conoscitiva sui servizi di telefonia mobile con ricarica del credito. La ricarica comporta il pagamento di un onere aggiuntivo (da 0 a 5 euro) rispetto al valore del traffico telefonico acquistato, la cui incidenza diminuisce al crescere del taglio della ricarica (in questo senso, si parla di regressività). Il contributo rappresenta una specificità italiana e ha permesso ai gestori di conseguire nel 2005 ricavi per circa 1,7 miliardi di euro.

    Cosa dicono le Autorità

    Le Autorità concludono che l’esistenza del contributo di ricarica – simile alla quota fissa di una tariffa a due parti - facilita la collusione fra imprese. E delineano due possibili interventi in relazione ai problemi di trasparenza dei prezzi e di discriminazione verso alcune categorie di consumatori. Il primo prevede l’eliminazione del contributo di ricarica, in modo che i consumatori possano meglio determinare i costi sostenuti e confrontare le offerte presenti sul mercato. Il secondo intervento prevede invece il mantenimento del contributo di ricarica, ma l’abolizione della sua struttura regressiva, così da non discriminare gli acquirenti di tagli di ricarica di importo basso, per lo più studenti o non occupati fra i 14 e i 24 anni con vincoli di liquidità. Anche se tutti noi consumatori saremmo ben lieti di non pagare più il contributo di ricarica, a parità di altre condizioni, come economisti nutriamo forti dubbi sui presupposti economici e sull’opportunità di intervento dell’Autorità. In breve, ci tocca il ruolo di "avvocati del diavolo": le Autorità sembrano infatti aver ignorato la possibilità di comportamenti "innocenti" da parte delle imprese e fondano alcune conclusioni su assunzioni poco difendibili. (1) .

    Collusioni, regressività e trasparenza

    L’Autorità sostiene che l’esistenza del contributo di ricarica potrebbe favorire la collusione. Fissare una parte del prezzo indipendente dai piani tariffari e immediatamente osservabile dai concorrenti ridurrebbe infatti, almeno parzialmente, i costi di coordinamento legati alla complessità delle tariffe. A supporto di questa tesi, nell’indagine si sottolinea che, mentre i prezzi medi al minuto sono diminuiti, il contributo di ricarica è rimasto costante e pressoché uguale fra operatori, consentendo una "sacca" di redditività immune dalla pressione concorrenziale.

    Pur concordando che la parte fissa del prezzo possa favorire comportamenti collusivi, tuttavia non si può escludere che le imprese l’abbiano introdotta con altri obiettivi. La letteratura ha mostrato che, in un contesto in cui le imprese abbiano potere di mercato, tariffe a due parti consentono di aumentare i profitti, ma sono compatibili con un equilibrio non collusivo. (2) Nella telefonia mobile, il potere di mercato è legato alla presenza di switching cost, che ancora oggi rendono oneroso il cambio di operatore, nonostante la portabilità del numero. In particolare in Italia, date le peculiarità della domanda, le imprese concentrano le loro strategie sulla creazione di switching cost "artificiali", attraverso l’offerta di piani tariffari volti a fidelizzare gli utenti. Hanno quindi un incentivo a mantenere la parte variabile relativamente bassa e ad appropriarsi del sovrappiù del consumatore attraverso la parte fissa.

    In termini di dinamica dei prezzi, l’evoluzione della concorrenza ha reso profittevole per le imprese abbassare la parte variabile, ma non la parte fissa. Con una domanda in espansione, al momento dell’entrata di Omnitel, la base installata di utenti ha reso Tim poco aggressiva sulle nuove categorie di consumatori con bassa disponibilità a pagare e ciò ha permesso a Omnitel di guadagnare quote di mercato. In particolare, non potendo discriminare tra vecchi e nuovi utenti sul costo di ricarica, Tim non ha avuto incentivo a ridurlo e la strategia ottimale di Omnitel è stata quella di imitare l’impresa leader.

    La regressività, poi, si ritrova in molti mercati di beni e servizi di uso comune (si pensi agli sconti di quantità). Inoltre è tutto da dimostrare che i suoi effetti gravino sulle categorie effettivamente deboli; il vincolo di liquidità per i giovani può essere in realtà frutto di un controllo della spesa da parte delle famiglie. In molti casi questi utenti acquistano tagli di ricarica di basso valore, ma con elevata frequenza, il che suggerisce un intenso utilizzo del telefono cellulare. Ci chiediamo dunque come si possa giustificare un eventuale intervento dell’Autorità volto a riparametrizzare un prezzo di libero mercato, soprattutto laddove non sia chiaro se la discriminazione colpisca i consumatori effettivamente più deboli.

    Per quanto concerne la trasparenza, è l’esistenza di un’oggettiva difficoltà a calcolare il prezzo medio al minuto a causa delle sue molteplici determinanti (per esempio scatto alla risposta, Iva, meccanismi di autoricarica) a limitare la trasparenza dei prezzi, più che il contributo di ricarica. È proprio tale complessità che rende difficile la determinazione del costo effettivo delle telefonate, nonché il confronto fra i diversi piani tariffari di un operatore o di operatori concorrenti. Pertanto l’eventuale eliminazione del contributo di ricarica da parte dell’Autorità non gioverebbe, se non molto marginalmente, alla trasparenza dei prezzi. Inoltre siamo sicuri che le imprese, una volta abolita la parte fissa, non aumenterebbero i prezzi al minuto per aumentare i loro profitti, proprio avvalendosi della scarsa trasparenza dei piani tariffari? Non dimentichiamo che oggi il mercato italiano presenta prezzi al minuto inferiori alla media dei paesi europei, come sottolineato dalla stessa Autorità. La crescente insofferenza verso il contributo di ricarica, che ha dato origine all’indagine, potrebbe avere per i consumatori effetti controproducenti.

    (1) Per un’analisi più approfondita vedi M.R. Battaggion, N. Corrocher, L. Zirulia, (2006), "Telefonia mobile e costi di ricarica: un dibattito aperto.", Economia e Politica Industriale, n. 4.

    (2) L.A. Stole, (2003), "Price Discrimination and Imperfect Competition", Mimeo, di prossima pubblicazione in Handbook of Industrial Organization.

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