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    28/11/2006 Laici al potere: la Turchia di Erdogan, fra religione e politica (Stefano Caredda, http://www.korazym.org)

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    Sette decenni di ferrea laicità, poi dalla metà degli anni novanta il successo dei partiti dalla forte ispirazione religiosa. Da Erbakan a Erdogan, la sfida di un Islam politico radicato nell’amicizia con l’occidente.

    Politica e religione, la Turchia come laboratorio storico di nuovi equilibri. Lo è stata in passato, ottant’anni fa, con il processo di laicizzazione portato avanti da Ataturk, il padre della Turchia, e lo è oggi, con l’esperimento politico dell’AKP (il partito del premier Ergodan uscito vincente dalle ultime elezioni del 2002), interessante tentativo di conciliare l’Islam politico con un approccio sostanzialmente filo-occidentale. C’è molto da esplorare nel modo di porsi – ufficiale e non - della Turchia al mondo contemporaneo: un tema che trova oggi spazio nell’ambito delle discussioni sollevate dal viaggio del papa o dal processo di adesione del paese all’Unione Europea, ma che ha significati intrinseci di grande rilevanza. Ad iniziare dalle considerazioni che possono essere svolte riguardo al progetto politico del premier Erdogan, che nel paese che fu di Ataturk ha avviato un progetto fondato su un’appartenenza all’Islam che si coniughi politicamente con il dialogo e il confronto con il mondo occidentale. Un modello che “rischia” di fare proseliti anche in altri paesi islamici e che non a caso è visto come fumo negli occhi da chi propugna lo scontro totale fra Islam e Occidente.

    Non si tratta della prima volta di un partito dalla forte ispirazione religiosa al governo: successe già un decennio orsono, nel 1995, quando le elezioni politiche furono vinte dal partito Refah (Benessere) di Necmettin Erbakan. Un movimento di ispirazione sunnita, questo, la cui affermazione metteva fine al periodo di forte instabilità seguito alla morte di Turgut Ozal, l’uomo che per primo, all’inizio degli anni ottanta, aveva interrotto la lunga scia di governi kemalisti, improntati al rigido laicismo di stato voluto da Kemal Ataturk.

    L’approccio di Erbakan, chiaramente anti-kemalista in politica interna e severamente critico nei confronti di Stati Uniti e Israele in politica estera, con rapporti ravvicinati con i “Fratelli musulmani” – non conquistò il favore delle élites militari del paese, che il 28 febbraio 1997 misero in atto un colpo di stato. Non fu un sovvertimento totale, perché Erbakan rimase alla guida del paese, venendo però costretto ad emanare provvedimenti “correttivi” rispetto alle sue precedenti decisioni. Fu così che furono promulgate leggi anti-religiose, con l’arresto di numerosi leader di movimenti fondamentalisti, e lo stesso partito Refah fu dichiarato fuori legge. Una serie di decisioni che non ebbero però il sostegno delle masse popolari turche, sempre più interessate a riportare con forza la religione nell’ambito pubblico.

    E’ in questo contesto che emerge Recep Tayyip Erdogan, allora sindaco di Istanbul: il suo partito Kalkinma (AKP, Giustizia e Sviluppo) si presenta al voto con un programma politico in cui la shari’a è indicata come orizzonte di ispirazione per una legislazione islamica e moderna (e non come la fonte unica e diretta, come invece chiedevano i fondamentalisti), e in cui anche in un’ottica di contrasto al terrorismo si proponevano rapporti cordiali con gli Stati Uniti e l’adesione formale del paese nell’Unione Europea. Il risultato va oltre le previsioni: 34,2% dei voti (maggioranza relativa) e oltre il 50% dei seggi parlamentari (maggioranza assoluta). Governare un paese come la Turchia non è però affatto semplice, tanto meno se l’attualità internazionale, dalla guerra in Iraq a quella in Libano, fornisce materiale scottante su cui dividersi. L’esercito rimane alla finestra, intenzionato a non perdere la sua influenza; gli altri movimenti politici si riorganizzano, mentre monta la protesta contro l’Unione Europea che procede con grande cautela nel percorso verso l’ingresso di Ankara. La maggioranza della popolazione rimane contraria all’adesione all’Ue, come pure manifesta la sua ostilità verso il viaggio del papa giudicato colpevole di aver offeso l’Islam con l’ormai celebre discorso all’università di Regensburg.

    Erdogan tiene molto a presentarsi come un riformista, e non gli si può negare infatti di aver accelerato il processo di liberalizzazione richiesto dalla Ue e dal Fondo monetario internazionale. Ma se dal campo economico-politico ci si sposta sul versante socio-religioso, il giudizio potrebbe cambiare. La maggioranza di governo avrebbe voluto leggi più "religiosamente orientate", che seppur in parte cassate dalla Corte Suprema o il presidente Sezer hanno comunque ottenuto qualche risultato: il divieto del consumo di bevande alcoliche e l'aggiornamento dei testi scolastici ne sono un esempio. Certo è comunque che finché l'esercito avrà in Turchia l'influenza che ricopre adesso, ben difficilmente i principi di laicità su cui si basa il paese potranno mutare.

    Dal punto di vista occidentale l’AKP costituisce un unicum: quello di un movimento radicato nell’Islam politico che si presenta come partito democratico filo-occidentale. L’ostilità dei fondamentalisti islamici a questo progetto è scontata: per l’occidente, invece, l’occasione di costruire uno spazio per un dialogo franco con un Islam che è esso stesso minacciato dal terrorismo internazionale legato ad Al Qaeda.

    http://www.korazym.org

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