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  • 25/09/2006 Eutanasia, la forza di ragionare (Redazione, http://www.korazym.org)

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    Malattia, sofferenza, morte: si apre il confronto sulla libertà di decidere della propria vita. Dubbi obbligatori: al bando le soluzioni preconfezionate, servono risposte umane, convincenti e razionali. Da parte di tutti, vescovi compresi.

    E ora, non roviniamo tutto, non buttiamo tutto all’aria facendolo diventare argomento da ‘Bar dello sport’, o da ‘Bar della politica’. Sarebbe da veri irresponsabili, e a ben vedere anche da idioti. Quegli idioti che già s’affannano ad affrontare l’argomento della morte, e della morte nella sofferenza, alla stregua di tutti gli altri temi, secondo logiche biecamente ed esclusivamente di parte. No, non roviniamo tutto, ora.

    C’è qualcosa su cui riflettere, su cui è cosa buona e giusta riflettere, perché la sofferenza, la malattia e la morte sono parte della nostra esistenza: hanno fatto, fanno, potrebbero far parte della vita di ognuno di noi, e di fronte ad esse non vale scappare, non vale nascondersi, non vale fuggire. Non vale, e soprattutto non serve a nulla. Meritiamocela, allora, per una volta, la qualifica di ‘esseri umani’, e usiamola questa nostra umanità per ascoltare, per comprendere, per saltare il fosso che ci separa dall’altro. Per vivere emozioni non scontate, per farci traballare, sconvolgere e pure travolgere. La sofferenza e la morte non lasciano indifferenti: banditi i timori, serve l’autentico e sincero coraggio di chi non ha paura di farsi e fare domande scomode, provando a ipotizzare risposte che siano all’altezza. O che quanto meno ci si avvicinino.

    Piergiorgio Welby chiede di morire, chiede di essere aiutato a morire. La distrofia muscolare lo sta uccidendo, lui chiede di essere ucciso prima che la malattia completi la sua opera. Chiede questa libertà, la libertà di poter decidere di morire, la libertà di poter dire basta a quella sua vita. Si rivolge al Presidente della Repubblica, che raccogliendo il suo messaggio con “sincera comprensione e solidarietà”, vi individua “un’occasione di non frettolosa riflessione su situazioni e temi di particolare complessità sul piano etico che richiedono un confronto sensibile e approfondito, qualunque possa essere in definitiva la conclusione approvata dai più”. C’è in queste parole una saggezza rara in politica, espressa per lo più in quegli aggettivi, “non frettolosa” e “sensibile”, che rappresentano essi stessi degli obiettivi ardui e all’apparenza irraggiungibili. Ma il ‘come’ ci si confronta diventa, in casi come questi, importante tanto quanto il ‘cosa’ si vuol dire e sostenere.

    Non è un mistero che una certa parte del paese e del Parlamento intenda giungere ad una legislazione permissiva in tema di eutanasia, che riconosca il diritto di disporre liberamente di un bene, la propria vita, che l’ordinamento individua finora come ‘indisponibile’. E alcuni fra questi personaggi non vedrebbero di cattivo occhio neppure l’ipotesi di “concedere” la “dolce morte” anche a quanti – travolti dalla sofferenza – fossero incapaci di manifestare limpidamente il proprio pensiero. Due le basi di questo ragionamento fondato sull’idea di una vita diventata ormai “indegna di essere vissuta”: sul lato personale il tema della libertà sopra ogni altra cosa, fosse anche il tutto, cioè la propria vita; sul lato sociale il tema (razionalmente debolissimo ma nella realtà molto efficace: si veda il caso aborto) della riduzione della clandestinità, della necessità cioè di portare alla luce del sole e alla legalità quelle situazioni di ‘aiuto alla morte’ che già oggi avverrebbero in modo diffuso all’interno e all’esterno di ospedali e case di cura.

    Non mancano certo argomentazioni con cui ribattere, ad iniziare dalla fondamentale differenza che passa fra l’accompagnare qualcuno nella fase conclusiva della sua esistenza, fino al sopraggiungere della fine, e il determinarne invece in modo diretto, con scienza e coscienza, la morte. Argomentazioni di principio alle quali si affianca una certezza di metodo, verificata da tempo in numerose realtà: se cioè si arrivasse in tempi brevi ad una buona normativa, da tutti auspicata, sul rifiuto dell’accanimento terapeutico, e se si investissero realmente risorse economiche e soprattutto umane sulla “terapia del dolore” e sulle “cure palliative”, la “bomba” eutanasia in larga misura si sgonfierebbe, lasciando spazio ad una prospettiva in cui la libertà personale si legherebbe più facilmente al rispetto per la dignità di ogni essere umano, ancor più se malato o sofferente.

    Nel dibattito che si apre e che fra alti e bassi ci accompagnerà nei prossimi mesi e anni, sentiremo spesso parlare di principi, di libertà, di diritti, di doveri. Fra quanti – come faremo anche noi - proporranno ragionamenti orientati all’affermazione del limite invalicabile dell’intangibilità della vita umana, qualcuno potrà essere portato ad avventurarsi nel campo della fede religiosa, e a far discendere dalla fede in Dio il suo ‘no’ all’eutanasia. Oppure potrà capitare che si offrano risposte sbrigative o “preconfezionate”, che per quanto condivisibili (pensate al classico: “La vita è sacra”) sanno essere alla prova dei fatti solo terribilmente gelide e impalpabili. Scatenando inevitabilmente reazioni opposte a quelle che vorrebbero causare. La speranza è che di questo siano consapevoli tutti. E che lo siano, fra chi ha maggiori responsabilità, anche i parlamentari cattolici (troppo spesso incapaci di illustrare perfino le motivazioni che stanno alle base delle loro opinioni e dei loro voti) e gli stessi vescovi italiani, la cui voce su questi temi troppo spesso appare ai più venata di autoritarismo, più che di comprensione. Si può far molto, e molto bene, su questo versante.

    Su malattia, sofferenza e morte i dubbi sono legittimi, quasi obbligatori. E’ per questo che non ci si può accontentare di risposte da quattro soldi. Ne servono di limpide e razionali, convincenti non solo nelle aule universitarie, ma anche in quelle di ospedale. Le aspettiamo tutti


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